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Giancarlo Scoppitto è pisano di nascita e di formazione culturale, ma dauno di sangue, essendo i suoi genitori di origine pugliese.
Ho conosciuto Giancarlo 20 anni fa, quasi per caso, ma dai pochi dipinti che ebbi occasione di vedere ne compresi subito le capacità artistiche.
Di quel primo incontro mi resta specialmente la semplicità di questo pittore e la sua ansia di conoscere le reazioni del pubblico pugliese davanti alle sue opere. La risposta ci fu e del tutto positiva. Il pubblico, in occasione di quella mostra, si interessò alle visioni toscane, alla voce dell'Arno, alle distese verdi della Maremma, agli scorci del sud, alla vasta malinconia del Tavoliere, ai dorsi curvi degli uomini che tentano di esorcizzare la terra per un raccolto migliore, agli sguardi dei fanciulli persi in una luce di speranza, alla saggia rassegnazione dei vecchi che affidano al bastone il compito di sostegno e di compagnia. Da allora Scoppitto non ha più distolto lo sguardo dal paesaggio contadino: ne ha scrutato i motivi più reconditi, i risvolti meno appariscenti e si è sforzato di imprimerli sulla tela senza forzature, con quella immediatezza che è nota unicamente a chi si avvicina a questi luoghi senza pregiudizi e ne ascolta gli echi e le risonanze.
Di Scoppitto, in quel primo incontro, ammirai il taglio felice, la precisione del disegno, lo sforzo di rendere propri gli accordi cromatici, il proposito di prendere le distanze dal colore, per evitare che questo diventasse protagonista e mezzo determinante nel richiamare l'attenzione del lettore e procurarsene la complicità. Un proposito che è ancora alla base della produzione dello Scoppitto e che conferisce alle sue opere equilibrio e dimensione di sogno più che consuetudine di vita.
Le opere racolte in questa personale rispettano tale indirizzo, per cui il tema base, "Aspetti caratteristici della Civiltà Contadina", ha profonde radici nel passato, in una cultura della quale restano, ancora oggi, nella realtà presente, ben poche testimonianze. Il segreto dei vicoli, la verticalità del campanile, le rughe dei monti, il linguaggio delle pietre sono proiezioni di tempo che, assai raramente, trovano un riscontro autentico sia nel paesaggio naturale che in quello antropologico. La cultura contadina che ci riguarda più da vicino è profondamente mutata: la civiltà, i mezzi di comunicazione, le relazioni sociali ne hanno inciso il volto e il modo di vivere; ha una sua dignità, una sua coscienza, un ruolo preciso negli eventi politici, economici e culturali. Sicchè, se è pienamente avvertibile la struggente voce della Pianura, l'apprensione dei volti, il riserbo delle donne, non si ha più occasione di trovare nelle nostre case elementi e oggetti che caratterizzano il passato, né si ha più l'opportunità di cogliere scene e voci che rivivono da tempo solo nella memoria, nell'immaginazione, nel desiderio di rendere vivi e attuali momenti di vita, che non sono ricordi, proiezioni perdute.
E' in questa chiave che bisogna leggere le opere dello Scoppitto che, nonostante la giovane età, dimostra di avere acquisito un modo personale di esprimersi e di interpretare la realtà che lo circonda e di saperla popolare di elementi che furono nostri, ma che appartengono decisamente al passato. L'intento dello Scoppitto - almeno in questa
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